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Palazzo Acampora: cenni storici dalla Costiera Amalfitana

Palazzo Acampora in Agerola ( sec.XVIII) è uno dei rari esempi di dimora e architettura patrizia dell’alta costiera amalfitana e residenza da oltre due secoli della famiglia Acampora di Corfù.

Il casato degli Acampora, come testimonia il predicato di Corfù – persosi nel corso degli anni nella composizione ufficiale del cognome – affonda le sue origini nelle nobili famiglie che, durante la dominazione veneziana dell’isola greca protrattasi sino ad oltre la metà del settecento, dominarono sull’isola stessa. Il legame con la città lagunare è altresì testimoniato da alcuni mosaici in pasta vitrea, presenti nel palazzo, provenienti da Murano e risalenti alla fine del diciannovesimo secolo, in cui si elogiano le virtù e le origini della famiglia Acampora ed in particolare del cavalier Francesco.

Al dominio di Corfù è legato, con molta probabilità, uno dei due blasoni di famiglia; quello che sovrasta la cappella gentilizia degli Acampora nella chiesa parrocchiale di S. Matteo Apostolo in Bomerano (dipinto inoltre sul grande focolare della cucina dell’appartamento nobile), riportante due colombi alla base di un grande pino. Il secondo (giglio d’argento antico in campo blu), di concessione borbonica, successivo rispetto al precedente, è posto alla sommità del portone principale del palazzo ed è inoltre affrescato all’ingresso dell’appartamento storico.

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Teatro di una affascinante saga familiare, le vicende di casa Acampora hanno significativamente influenzato la storia dell’alta costiera per tutto il diciannovesimo secolo sino al primo trentennio del ventesimo.

La mattina del Venerdì Santo del 1850, di buon’ ora, il farmacista Gennaro Lauritano si recò al castello del vicerè Avitabile sulla sommità della punta S. Lazzaro ad Agerola. Qui vi trovò il potente generale Avitabile agonizzante che rantolando gli disse:

Aiutami Gennaro quei due mi hanno avvelenato!”.

I “due” erano la giovanissima moglie Michelangela (nonché nipote carnale di Avitabile!!) e l’amante di lei don Luigi Acampora dei principi di Corfù, i quali con un piatto di capretto avvelenato servito ad Avitabile la precedente sera del Giovedì Santo avevano dato compimento ad una congiura ordita con la corte borbonica (della quale l’Acampora era fedelissimo), che nell’allora già vacillante Regno Partenopeo era fortemente intimorita dallo strapotere di un personaggio del calibro del generale. La scomparsa di Avitabile mise fine alla storia del più insigne condottiero campano della prima metà dell’ottocento. Conosciuto e stimato in tutte le corti e dai principali regnanti europei, Egli legò la sua fama alle eccezionali avventure che lo videro protagonista dalla Persia all’attuale Afghanistan (l’allora regno dei Cinque Fiumi), dove fu vicerè per diversi anni e dove il suo nome ancora terrorizza gli abitanti di quei luoghi (cfr. S. Malatesta “ Il napoletano che domò gli Afgani” – Neri Pozza ed.). A due anni di distanza dalla morte di Avitabile, insabbiata ogni indagine sulla morte dell’illustre suddito, “il bel Luigi”, come lo definivano le cronache del tempo ne sposò la vedova Michelangela, stabilendo la residenza della famiglia a Palazzo Acampora (i ritratti dei due ancora campeggiano, l’uno di fronte all’altro, nel salone delle feste del palazzo), incamerando nei beni di famiglia parte del patrimonio del vicerè ed in particolare una serie di preziosi cimeli dono di diversi regnanti europei dell’epoca, alcuni dei quali sono ancora visibili nella grande casa di Agerola (particolarmente famosi sono i due vasi di Sevres omaggiati al vicerè dal re Luigi Filippo di Francia in occasione della sua visita a Parigi, riportati in tutte le biografie del generale).

Frequentavano a quel tempo il palazzo alcuni tra i più illustri esponenti della nobiltà napoletana e dei notabili locali, tra questi i marchesi Florio di Furore (il marchese Florio, importante industriale della seta, era amico personale del re Francesco II) la cui giovane figlia Adele sposò il primogenito maschio di Luigi: Francesco.

Morto Luigi, nell’ormai unificato regno d’Italia, Francesco , uomo di legge, poi cavaliere di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, diventa il nuovo capo degli Acampora e personalità politica di riferimento per tutto il comprensorio. Infatti, accanto alla tradizionale attività imprenditoriale della famiglia consistente nella produzione e commercializzazione del legname da taglio per palificazione sviluppata nei numerosi fondi di famiglia, Francesco inizia una fervida vita politica che lo porterà ad essere ripetutamente sindaco della città ed apprezzato e conosciuto uomo politico in tutta la Campania. A lui si devono, in particolare, la costruzione del primo traforo di collegamento tra Agerola e la strada statale proveniente da Castellammare e numerose opere di urbanizzazione che tanto contribuirono al progresso della città montana. Personalità di spicco del mondo della politica e della cultura del primo novecento, erano, in quegli anni, ospiti abituali di palazzo Acampora. Tra questi ricordiamo il maestro Francesco Cilea che, con la marchesa Rosa sua sposa, trascorreva abitualmente le vacanze estive ad Agerola ospite della famiglia, (le sue famose note ancora risuonano sul grande pianoforte a coda del salone delle feste) e il fraterno amico onorevole Enrico De Nicola, poi primo presidente della neonata Repubblica Italiana. L’improvvisa morte di Francesco nel 1933 segnò anche la definitiva uscita di scena della famiglia Acampora dalla vita pubblica locale. La sua prematura scomparsa, che tanto segnò la famiglia e la comunità tutta, pur rappresentando di fatto la fine dell’impegno pubblico degli Acampora di Corfù, non incise sulla loro attività imprenditoriale che è continuata sino ai nostri giorni grazie soprattutto alla fedele collaborazione di tante famiglie coloniche che hanno accompagnato la propria storia a quella della famiglia.

Il diciannove Settembre 2007, La Rai con un servizio di Rai Uno all’interno del programma “Festa Italiana” ha reso omaggio ai cento anni di donna Ginevra Acampora, settima dei dodici figli di Francesco e Adele Florio, riportando in auge, dopo lunghi anni la storia e le vicende dell’illustre casato.

A distanza di quasi un secolo un attento ed appassionato restauro ad opera degli ultimi discendenti della famiglia, ha restituito all’antico splendore l’appartamento storico (unitamente agli arredi originari, agli affreschi, ai finti marmi policromi ed alle tele del Pallegiani), le cantine, la corte, la bella scalinata napoletana, fruibili per servizi e riprese fotografiche di prestigio, ideali per ospitare eventi culturali e di promozione del territorio, feste private e banchetti d’elite.

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